UN EDIFICIO CHE CAMBIA CON IL GIORNO
L'architettura diventa una misura del tempo quando lascia che la luce ne riscriva continuamente i confini.
Il Chichu Art Museum è quasi interamente sotto terra, eppure la luce naturale determina continuamente il modo in cui lo percepiamo. A Naoshima, Tadao Ando ha costruito un museo nel quale l’architettura sembra compiersi ogni volta che qualcuno la attraversa.
Da lontano, quasi non c’è.
Sull’isola di Naoshima, nel Mare Interno di Seto, il Chichu Art Museum occupa il paesaggio scegliendo di sottrarsi alla sua superficie. Quando venne costruito nel 2004, Tadao Ando collocò gran parte dell’edificio sottoterra per preservare il profilo naturale dell’isola. Il gesto potrebbe sembrare quello di un’architettura che cerca di scomparire; entrando, si comprende invece che il rapporto con l’esterno continua in un’altra forma.
Il cielo ricompare attraverso aperture geometriche. La luce scende negli spazi ipogei, incontra il cemento, attraversa corti e passaggi, raggiunge le sale. Mentre ci si muove, cambiano le proporzioni percepite, le direzioni, la luminosità e il rapporto del corpo con ciò che lo circonda.
Il museo è sotto terra, ma il giorno continua a entrarvi.
Ed è proprio questa apparente contraddizione a rendere il Chichu Art Museum interessante: l’architettura protegge il paesaggio costruendo al suo interno un sistema sensibile a ciò che accade fuori.
Un museo che contiene il tempo
Siamo abituati a pensare all’architettura come a qualcosa che, una volta costruito, possiede una forma stabile. Cambiano le persone che la attraversano, gli oggetti che contiene, forse le sue funzioni, mentre muri, aperture e volumi sembrano appartenere alla parte permanente dell’esperienza.
Al Chichu Art Museum questa distinzione diventa meno evidente.
La struttura rimane, naturalmente, ma la sua percezione dipende da una materia che l’architetto può orientare senza poterla immobilizzare: la luce naturale. La documentazione ufficiale del Chichu Art Museum descrive come il suo ingresso modifichi l’aspetto delle opere e l’atmosfera degli spazi nel corso della giornata e delle stagioni.
Questo significa che visitare il Chichu Art Museum alle dieci del mattino e attraversarlo più tardi nello stesso giorno significa incontrare fisicamente lo stesso edificio e, in parte, un’esperienza diversa. Una superficie di cemento riceve un’altra intensità; un’ombra occupa una porzione differente dello spazio; ciò che prima emergeva può diventare più discreto.
L’architettura ha stabilito le condizioni, mentre il tempo continua a lavorare dentro di esse.
Progettare per un’opera
Il rapporto diventa ancora più evidente quando si entra negli spazi dedicati alle opere.
Al Chichu Art Museum sono esposti permanentemente Claude Monet, Walter De Maria e James Turrell. Le sale sono state concepite in relazione a ciò che avrebbero accolto, e la documentazione ufficiale del Chichu Art Museum mostra quanto questo rapporto sia entrato concretamente nel processo progettuale.
Il Claude Monet Space ne è forse l’esempio più delicato.
Durante la progettazione furono realizzati modelli per studiare dimensioni e forma dello spazio. L’illuminazione naturale venne verificata direttamente attraverso prove e misurazioni con luxmetri; altezza e dimensione del controsoffitto furono studiate anche in funzione della quantità di luce che avrebbe raggiunto lo spazio. Pareti e pavimento furono scelti considerando il rapporto con la materia e i colori dei dipinti: intonaco bianco dalla superficie materica e circa settecentomila piccoli elementi di marmo Bianco Carrara posati a mano.
Sono dettagli tecnici, ma raccontano una concezione precisa dello spazio espositivo. Il museo qui non funziona semplicemente come contenitore neutro nel quale un’opera viene collocata dopo che l’architettura è stata decisa. Spazio, luce e opera vengono messi in relazione durante la progettazione stessa.
Le cinque tele di Monet vengono osservate attraverso luce naturale. Di conseguenza, ciò che le circonda partecipa alla loro percezione: il giorno, il tempo atmosferico e la stagione entrano indirettamente nello spazio e modificano le condizioni dell’incontro.
Per dei dipinti nati dall’osservazione instancabile delle variazioni della luce sull’acqua, è difficile immaginare una relazione più coerente.
La luce entra nell’opera
Con Walter De Maria il rapporto cambia ancora.
Time/Timeless/No Time occupa uno spazio organizzato intorno a una sfera di granito di 2,2 metri di diametro e a ventisette elementi geometrici in legno dorato. Lo spazio è orientato lungo l’asse est-ovest e riceve luce naturale dall’alto; con il passare delle ore cambia l’illuminazione e, con essa, cambia l’apparenza dell’intero ambiente.
Qui diventa difficile stabilire dove termini l’allestimento e dove cominci l’opera. La sfera, gli elementi dorati, il cemento, le proporzioni della sala e la luce che entra dal soffitto appartengono alla stessa esperienza percettiva. La documentazione ufficiale del Chichu Art Museum specifica che l’intero spazio venne realizzato secondo le indicazioni di De Maria e che l’illuminazione varia sensibilmente secondo l’ora del giorno.
La luce, dunque, svolge qualcosa di diverso dall’illuminare correttamente un oggetto. Introduce una variabile che impedisce all’esperienza di essere perfettamente identica a se stessa.
L’opera possiede una struttura permanente; il suo apparire rimane legato al tempo.
Camminare fa parte dell’architettura
C’è poi un elemento che le fotografie riescono a raccontare soltanto in parte: per comprendere un edificio bisogna attraversarlo.
Ando lavora con muri, geometrie e aperture, ma anche con ciò che questi elementi chiedono al corpo di fare. Un passaggio restringe il campo visivo, una svolta interrompe ciò che stavamo guardando, una corte riapre improvvisamente il cielo, una rampa modifica lentamente la quota e quindi il modo in cui lo spazio successivo viene incontrato.
Al Chichu Art Museum questa dimensione diventa particolarmente importante perché l’edificio offre pochi riferimenti esterni continui. Il visitatore entra nella terra e procede attraverso una sequenza nella quale luce, ombra e geometria orientano progressivamente l’esperienza.
Non percepiamo quindi l’edificio da un unico punto ideale. Lo costruiamo mentalmente mentre camminiamo, mettendo insieme ciò che abbiamo appena attraversato con ciò che compare davanti a noi.
La pianta appartiene all’architetto. L’esperienza della pianta appartiene al tempo del visitatore.
Quando l’architettura rinuncia alla neutralità
Un museo può cercare di rendersi discreto affinché l’attenzione si concentri sulle opere. Il Chichu Art Museum sceglie una strada differente: mette architettura e arte in una relazione talmente stretta che separarle diventa poco utile.
Non è una lettura sovrapposta successivamente al progetto. La storia stessa della sua costruzione mostra un processo nel quale architetto e artisti hanno lavorato confrontando le rispettive esigenze; la documentazione ufficiale del Chichu Art Museum descrive il museo nel suo insieme come una grande opera site-specific.
Questo cambia anche il significato della domanda iniziale.
Si può progettare ciò che una persona sentirà entrando in uno spazio?
Probabilmente nessun architetto può determinare completamente un’esperienza. Ogni visitatore arriva con il proprio corpo, la propria attenzione, i propri ricordi e persino con una giornata diversa alle spalle. Ma l’architettura può costruire condizioni molto precise: può decidere quanto cielo concedere, come far entrare la luce, quanto tempo richiedere per raggiungere una sala, quale materia mettere sotto i piedi e quale rapporto creare fra un’opera e ciò che la circonda.
A quel punto progettare significa anche predisporre possibilità percettive.
Il Chichu Art Museum lo rende particolarmente evidente perché molti degli elementi che completano l’esperienza sfuggono al controllo assoluto dell’edificio. Ando può disegnare l’apertura, mentre il cielo che apparirà attraverso di essa continuerà a cambiare. Può stabilire come la luce entrerà nel Claude Monet Space, mentre l’intensità di quella luce apparterrà a quel giorno, a quell’ora, a quella stagione.
È forse questa la qualità più interessante del museo: la precisione del progetto crea spazio per la variabilità dell’esperienza.
L’edificio è stato terminato nel 2004.
La sua percezione continua a cambiare ogni giorno.